giovedì 31 luglio 2014

Torna presto, amico mio. "L'Unità" chiude.


Ci sono cose che a volte diamo per scontate.
Vecchie amicizie ormai consolidate, legami che consideriamo eterni. Magari le strade si separano, ma in fondo in fondo abbracciamo la consapevolezza che certi amici ci saranno sempre, per noi, nel momento del bisogno.
Ma a volte, quasi per caso, veniamo a sapere che quell'amico che davamo per scontato con cui non parlavamo più da tempo si è trasferito, è andato all'estero. Nel migliore dei casi, ovviamente.
Ed è solo allora che cominciamo a fare i conti col passato, a comprendere appieno che influenza e che portata abbia avuto quell'amicizia nella nostra vita.
La mente rievoca ricordi che non abbiamo mai veramente cancellato, ma sui quali non ci siamo mai soffermati più di tanto. Perché soffermarcisi, del resto? Quell'amico era sempre lì, ad un colpo di telefono di distanza.
Ma poi non c'è più. 
E si vive quello strano meccanismo emotivo per cui tutta una serie di ricordi felici suscitano in noi profonda tristezza, poiché iniziamo a renderci conto che quei momenti non si ripeteranno più.

A volte questi amici non sono necessariamente persone in carne ed ossa, ma può trattarsi di un oggetto caro, un animale da compagnia, un gruppo musicale che è stato la colonna sonora di una parte della nostra vita, una realtà che abbiamo vissuto con fervore e partecipazione. 

È questo tutto ciò che mi è venuto in mente quando son venuto a sapere della chiusura de "L'Unità", quotidiano fondato da Gramsci nell'ormai lontano 1924. Altri tempi, altre persone, altre battaglie.
Una realtà in cui misi piede timidamente solo nel 2008, all'età di 16 anni, acquistando per la prima volta personalmente un quotidiano scelto da me per me.
Non ero un novizio della lettura e della politica, sia chiaro, ma fino ad allora avevo solo usufruito a scrocco di quello che passavano gratuitamente i bar della mia zona.
Che per mia sfortuna, oltre al classico ed immancabile quotidiano locale ("La Provincia" di Como), era generalmente "La Padania". Ma questa è un'altra storia.

Pur ben lontana dai fasti dell'era PCI, "L'Unità" mi conquistò subito. 
Nonostante fosse di stampo apertamente democratico non lesinava la puntuale critica alla propria parte politica, e questo non poteva che essere un bene in mezzo ad un marasma di "colleghi" che invece facevano del leccaculismo la propria bandiera.
La satira era viva e pungente (anche grazie al mitico Bobo di Staino), le rubriche varie ed interessanti, lo spazio dedicato ad argomenti di cui non mi importava nulla quali cronaca nera e sport erano ridotti all'osso.

"L'Unità" mi accompagnò per qualche anno, poi gradualmente la comprai sempre più raramente poiché ormai tramite Twitter e i vari social network, le pagine web dei quotidiani stessi, le applicazioni ANSA e lo streaming online dei canali all-news24, il concetto di quotidiano di per sé cominciò a risultare non dico vetusto, ma quanto meno più utile per approfondire che per rimanere costantemente aggiornati, sul pezzo. E da quel punto di vista iniziai a prediligere la lettura dei servizi su riviste quali "L'Espresso" o "Internazionale".

Ma "L'Unità" era sempre lì, in edicola, pronta ad aspettarmi ogniqualvolta sentissi la necessità di dare alla giornata una svolta nostalgica, o perché mi interessava un qualche articolo specifico, o più semplicemente per passare quell'oretta sul treno o in ospedale senza dover necessariamente tirar fuori il tablet.

Quando il 26 marzo di quest'anno ne acquistai una copia per via dell'allegato "Tango, Cuore e..." dedicato alla satira a fumetti che ha caratterizzato questa testata nel corso dei suoi 90 anni di vita editoriale, non mi aspettavo certo che sarebbe stata l'ultima volta che avrei rivisto quel vecchio amico, compagno (parola azzeccatissima) di mille giornate.

E invece così fu. Ed ora "L'Unità" non c'è più.
E in edicola non son nemmeno riuscito a reperire l'ultimo numero in uscita oggi, proprio come quando non fai in tempo ad arrivare alla stazione per porgere l'ultimo saluto ad un amico.
Ma forse è meglio così, forse un commiato sarebbe stato un qualcosa di troppo definitivo.
Meglio credere che l'amico non sia sparito del tutto, ma stia solo facendo una lunga vacanza. 
Meglio pensare che l'ultimo saluto non c'è stato perché ancora non è arrivato il momento.

Torna presto, amico mio.




-Heil Karin!


Articolo pubblicato anche su: AltroMetauro

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